TRIESTE CHIAMA VERONA Esperienze con i migranti della rotta balcanica

Perché andare due giorni a Trieste senza avere come unico scopo la visita turistica di questa splendida città ottocentesca e mitteleuropea, unico porto dell’Impero Austro-Ungarico? L’esperienza di una decina di veronesi a contatto con i migranti della rotta balcanica e con le realtà di accoglienza triestine

Lunedì 24 febbraio in una decina di persone che gravitiamo attorno alla parrocchia di Castiglione di San Michele Extra, siamo andati a Trieste per conoscere ed approfondire la conoscenza dell’associazione “Linea d’Ombra”, conosciuta tramite il libro “La Rivoluzione della Cura” di Massimo Orlandi. Volevamo anche incontrare Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, marito e moglie, che hanno fatto della cura dei migranti della rotta balcanica la loro missione di vita, per saperne di più della loro scelta.

Siamo arrivati in tarda mattinata e prima del pranzo c’è stata la possibilità di passare dal Centro Diurno gestito dalla Comunità di San Martino al Campo, nata nel 1970 da don Mario Vatta, che accoglie e fornisce il pranzo ai migranti e ai senza fissa dimora della città. È il primo incontro con i più fragili e contrasta con i manifesti del giornale Piccolo di Trieste che vediamo nelle edicole: “Nuovo centro di via Udine. Fratelli d’Italia lo boccia e va all’attacco del vescovo”. Si, perché a 100 metri dal Diurno, la stessa sera di quel lunedì aprirà una “Sala d’aspetto” con 70 poltrone reclinabili voluta dal vescovo e gestita dalla Caritas per ospitare i migranti che aspettano di proseguire il loro cammino con il primo treno del mattino per Milano.

Alle 18 incontriamo Gian Andrea, professore di Storia e Filosofia di quasi 90 anni, che ci incanta con il suo racconto. Ogni sera con Lorena e alcuni volontari vanno in Piazza della Libertà, chiamata da Massimo Orlandi la piazza del Mondo, per accogliere e curare le ferite di chi ha camminato per migliaia di chilometri. Sono i piedi le parti più martoriate e Lorena, psicoterapeuta in pensione, di 70 anni circa, si china su chi ha bisogno e li cura fisicamente, mettendosi allo stesso loro livello.

Mamma, la chiamano, che è per tanti l’unica parola in italiano che hanno imparato. Gian Andrea poi ci dice che questi migranti sono per noi indispensabili, perché con il loro arrivo ci stanno indicando quello che sarà il futuro dell’umanità: una migrazione sempre maggiore di popoli che per fuggire da guerre, terre inospitali per il cambiamento climatico e povertà, cercheranno, a costo della vita, nuovi luoghi in cui sia possibile vivere.

Poi ci accompagna in piazza. Non sono tanti i migranti nel periodo invernale, saranno una cinquantina e Lorena è lì a curare, consegnare scarpe, abbigliamento. Con lei altre due volontarie la stanno aiutando. In piazza incontriamo anche il parroco argentino della parrocchia lì vicina dove il vescovo ha voluto aprire un dormitorio gestito da Caritas.

Una signora di Trieste ci racconta che aiutava a consegnare il cibo ai migranti comprato in qualche rosticceria vicina, ma adesso ci sono tanti volontari da tutta Italia, detti “Fornelli Resistenti”, che si turnano e portano il cibo lì in piazza. Restiamo in silenzio, il luogo è “Sacro”.

La mattina dopo ci aspetta Fulvio, volontario Caritas che ci accompagna a casa di Annamaria e lì c’è anche Sandra. Tutti e tre sono del Movimento dei Focolari e fanno i turni al dormitorio. Annamaria ha staccato alle 8 e ci porta le ultime notizie. Ha incontrato prima di andar via l’operatore Caritas alla prima notte in “Sala d’aspetto”. C’erano solo una ventina di persone, perché questa realtà deve essere ancora conosciuta e ci dice anche che si dovrà gestire bene l’interazione tra i condomini e gli “ospiti”, in modo da evitare tensioni.

Ci raccontano che l’avvento del nuovo vescovo due anni prima ha modificato l’atteggiamento della chiesa locale verso i migranti, ma la realtà cittadina è in maggioranza ostile, anche tra gli stessi “cristiani”! Il loro impegno invece parte da lontano, più di dieci anni prima, come Famiglie Nuove, avevano preso in affitto un appartamento, dove ospitare una famiglia alla volta nel bisogno, per il tempo necessario a diventare autonoma. Oltre all’aiuto economico ci dicono che è importante nella loro esperienza tessere relazioni con queste famiglie, che durano anche dopo che hanno lasciato l’appartamento. Questa esperienza continua tutt’ora.

In tarda mattinata visitiamo la sartoria sociale Lister, sita nell’ospedale psichiatrico di Trieste, dove il dottor Basaglia aveva iniziato la sua riforma. Incontriamo l’unica fondatrice rimasta. La realtà ha dovuto modificarsi nel tempo e fondersi con una cooperativa sociale molto più grande, per restare a galla, ma occupa ancora sei persone con disagio psichico e produce capi di pregio, come borse, zainetti, magliette, pochette, portachiavi, etc. fatti tutti con materiali di riuso. In particolare, con le tele degli ombrelli (a Trieste se ne rompono molti a causa della bora), costruiscono sacchetti porta cose, di varie dimensioni.

Prima di tornare a Verona abbiamo anche avuto la possibilità di visitare la città, dalla piazza Unità d’Italia ai viali della città teresiana, simili ai boulevard delle grandi città europee, dalla Cattedrale romanica di San Giusto alla Risiera di San Sabba, centro di smistamento e di sterminio nazista, simbolo per le nostre generazioni e quelle future di un orrore, che non dovrebbe più accadere.

Nel ritorno e nei giorni seguenti, tanti pensieri, come ad esempio perché una città così meticciata, di confine, come Trieste, tra veneziani, italiani, austriaci, sloveni, croati, possa essere così ostile o indifferente ai migranti. Ma trovo la risposta in quei pochi triestini incontrati, che con caparbietà, costanza e impegno per i più fragili, riscattano una città e la pongono sul moggio a indicarci da che parte stare!

Roberto Spazzini