Olivero: “Non arrendersi al male, la bontà è disarmante”

Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, riflette su guerra, pace e speranza. Denuncia la falsa normalità del riarmo e invita a riconoscere il bene nascosto: “La bontà è disarmante e salva il mondo, senza trionfalismi, ma con la vita quotidiana”

Da AgenSir  – Andrea Zaghi

La guerra e la pace. La disperazione e la speranza. La morte e la vita. E poi, gli altri: i senza dimora, i disperati, gli smarriti, quelli che hanno perso tutto. E quelli che bussano in cerca di ascolto e di aiuto. La grande storia che sembra precipitare verso il baratro. Le piccole storie che arrancano dal mattino per arrivare a sera. Dal Sermig, dall’Arsenale della Pace di Torino, quanto sta accadendo nel mondo si intreccia con la quotidianità difficile e con la voglia di riscatto. E, soprattutto, con il desiderio di guardare oltre il male. Ed è con questo desiderio, che si fa forza, che Ernesto Olivero – fondatore e anima del Servizio missionario giovani – dialoga con il Sir sul mondo di oggi.

Il mondo sembra travolto dai venti di guerra. È possibile che non ci si renda conto del pericolo che stiamo correndo?

Credo che ci si renda conto del pericolo, ma senza percepire la vera posta in gioco. È incredibile come in pochi anni si siano erosi valori e principi dati per assodati: il multilateralismo, il diritto internazionale, l’idea della guerra come ultima possibilità. Oggi sembra normale parlare di riarmo, di legge del più forte, di morte. Io dico che tutto questo non è normale e che noi non dobbiamo abituarci a questa falsa normalità. Proprio quando il presente si fa più oscuro, chi crede nella pace ha il compito di provare a essere luce, anche flebile, ma sempre luce.

Qual è il messaggio che arriva dall’Arsenale della Pace?

Non c’è un solo messaggio. Sono tanti. Prima di tutto, l’Arsenale della Pace è la testimonianza vivente che il male non ha l’ultima parola. Una fabbrica di armi che ha seminato morte nelle guerre del Risorgimento e nelle guerre mondiali oggi è diventata una casa di vita. Se questo vale per delle mura, perché non può valere per le persone, le società, i rapporti tra gli Stati? Chi passa da qui, chi conosce cosa si fa qui, comprende quanto è grande la forza della bontà. Lo abbiamo anche scritto: la bontà è disarmante. Al tempo stesso, dobbiamo essere molto chiari e onesti: la pace non è una parola, non è uno slogan da gridare nelle piazze. Soprattutto oggi.

Che cos’è la pace?
La pace deve essere un fatto e una scelta, radicati nel perdono e nella giustizia. Bisogna farsi carico di chi ha sofferto, di chi è stato aggredito, di chi piange i morti da entrambe le parti.

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